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    September 26

    Il Bimbo Malatino

    Filastrocca del bimbo malato, 
    con il decotto, con il citrato, 
    con l'arancia sul comodino, 
    tagliata a spicchi in un piattino. 
    Per tutti i mali di testa e di pancia 
    sul comodino c'è sempre un'arancia, 
    tra un confetto ed un mentino 
    per consolare il malatino. 
    Viene il dottore, «Vediamo cos'è», 
    e ti fa dire trentatré. 
    Poi di sera viene la sera, 
    viene la mamma leggera leggera, 
    e succhiando la sua menta 
    il malatino s'addormenta.

    Gianni Rodari


    Grazie luminoso sorriso sempre splendente. 

    September 10

    undicisettembre

     


    Il terrorista.

    Volevo fare anch'io il terrorista.

    In silenzio.

    Nascosto dietro un muro.

    Pronto a farvi saltare tutti.

    Uno ad uno sareste scomparsi.

    Partendo dai capi di stato, premier, imprenditori, banchieri.


    "I veri terroristi siete voi"

    avrei potuto usare questa giustificazione.

    E insieme a loro,

    già che c'ero avrei potuto

    portar via qualche madre.

    Qualche figlio.

    Portarmi via tutto il futuro.

    Tutta l'umanità se l'avessi voluto.

    Click.

    Click.

    Click.

    Una bomba, un aereo, un auto, una pistola.

    Tutto sarebbe saltato.

    Scoppiato. Caduto. Morto.

    In nome di chi?

    Chissà.

    Ma c'è tempo per decidere con chi schierarsi.

    Religione. Potere.

    Occidente?

    Oriente?

    Avrei potuto fare soldi. Tanti.

    Oppure avrei potuto essere un felice beato del paradiso.

    Avrei avuto infinite possibilità.


    Ma è facile. è troppo facile nascondersi dietro quel muro,

    piuttosto che stare in fila dall'altra parte.

    Piuttosto che tenersi sulle spalle il peso

    della dura realtà.


    Meglio vivere, rischiando di morire.

    Piuttosto che vivere, rischiando di uccidere.



    E l'undici settembre ritorna.

    Continua sempre a fare a tutti un strano effetto.

    È colpa di Bush &Co.? O veramente di Bin Laden e colleghi?

    Non lo so. Ne ne voglio parlare.

    Qui voglio ricordare altro. Voglio ricordare che c'è una nuova guerra. La nuova guerra. L'ultima guerra. Definitiva credo. Quella che vedrà morti chi non c'entra e che farà sopravvivere chi alimenta il fuoco della violenza. Perchè poi?

    Voglio ricordare le bugie, le persone che uccidono, tutti questi bastardi che muoiono o ancora peggio sopravvivono uccidendo la vita. La nostra vita Cazzo!

    Voglio ricordare tutte queste pecche, tutti questi tumori continui.

    Forse non dovrei,

    forse dovrei solo ricordare le premature scomparse, tutte, di tutti gli 11/09 della storia.


    Questo forse è l'importante.


    Uh.. e Chissà se prima o poi potrò ricordare quel giorno in cui tutte le speranze e sogni di tranquilla serena pace si sono tramutati in realtà.

     

    N                                

     

    September 03

    US(a)

     

    Io, volontario per Obama

    di Mattia Sorbi

    tratto da “Panorama” del 06/09/07

    USA Un giovane italiano ha trascorso le vacanze lavorando alla campagna dell’aspirante presidente,
    tra levatacce, basket e frittelle. Ecco il suo diario.

    Benvenuti a Manchester, cittadina di 100 mila abitanti a Sud del New Hampshire, sede della campagna presidenziale più «Cool» d’America. Nello stato che, insieme all’Iowa, influenzerà maggiormente la corsa per la Casa Bianca, tenendo le elezioni primarie fra cinque mesi, si sono radunati infarti decine di «dreamers». Studenti universitari, volontari, professionisti della politica e un infiltrato italiano, cioè io, che alle vacanze al mare ho preferito un’estate di lavoro per Barack Obama. Ovvero cucinare pancake, discutere di Iraq e assicurazione sanitaria insieme a pensionati col fucile in mano, distribuire adesivi e passare la notte in sacco a pelo nei dormitori insieme con altri giovani decisi a cambiare una volta per tutte l’America e con essa il mondo intero. Forse.

    L’ufficio elettorale di Obama, al 60 di Rogers street, in un quartiere periferico della città, pullula di ragazzi neo- laureati alle prese con la loro prima campagna politica e l’incarico di «field organizer», l’organizzatore di circoscrizioni elettorali. I veri professionisti, quelli con tre- quattro campagne elettorali di senatori e governatori alle spalle, sono poco più di una dozzina. Gli altri sono gente come Fiona che si è appena laureata alla Duke University, Christine che viene da Yale, AH che ha interrotto gli studi a Harvard per poter lavorare per Obama. Tutti prima di lavorare qui hanno frequentato Camp Obama, una sorta di università per volontari, che si tiene a rotazione nelle città più popolose.
    Essere accettati a lavorare gratis anche per 14 ore al giorno non è facile: le richieste sono centinaia e la selezione è dura. Il corso dura tre giorni. Attraverso presentazioni in Power Point e letture tratte da manuali di teoria della mobilitazione, gli organizzatori dell’incontro, politici locali e leader di organizzazioni come Mike Kruglik, il primo maestro di Obama durante gli anni del suo lavoro come organizzatore di comunità di base, inse event gnano ai ragazzi come funzionano le elezioni primarie, quali sono i gruppi elettorali decisivi per vincere negli stati chiave (africani americani, sindacalisti e reduci di guerra). Si impara come organizzare eventi per raccogliere finanziamenti e quali argomenti utilizzare per convincere gli elettori nelle decine di telefonate che vanno fatte ogni giorno. Alcuni ci mandano sbrigativamente a quel paese, mentre altri esprimono subito la loro passione per Obama.

    «Basta dare ai ricchi, forza Obama»

    mi ha recentemente detto al telefono un giovane elettore. In base ai risultati delle nostre telefonate il responsabile della campagna elettorale modifica via via la strategia da seguire. Tutto viene gestito utilizzando Mybarackobama.com, una sorta di Myspace dove si possono trovare annunci di riunioni di ogni tipo per raccogliere voti e gruppi d’interesse. Come quello che recentemente su Facebook (One milion strong for Barak) ha fatto prendere una cotta per Obama alla figlia di Rudy Giubani (candidato repubblicano), Caroline.


    Allo stesso tempo con «Mybo» organizziamo più volte alla settimana dei «carivassing», la propaganda da porta a porta nelle case degli elettori che sappiamo indecisi. Talvolta le persone a cui suoniamo il campanello ci invitano a bere qualcosa e dibattono con noi. I più appassionati sono perisionati oveterani come John From, un reduce dalla prima guerra del Golfo che ho incontrato sull’uscio di casa sua. Dopo aver dichiarato di aver votato per George W. Bush nel 2004 mi ha detto che è giunta l’ora di votare per un candidato democratico, visto che Condoleezza lUce non si presenta alle prossime elezioni; trovate chi ha le idee chiare in questa campagna elettorale non è facile.

    Prima di fare il volontario non mi sarei mai immaginato che avrebbe fatto parte del lavoro anche organizzare un torneo di basket, lo sport preferito da Obama. Eppure, proprio di questo mi sono occupato a metà agosto. Parafrasando le parole d’ordine della campagna elettorale «Speranza, azione, cambiamento»), il torneo si chiamava l-Joops, Acrion, Change e ha riunito circa 100 partecipanti suddivisi in 33 squadre. Gli ottavi e i quarti di finale si sono tenuti nei paesi di Porrsrnouth, Nashua, Keene and Lebanon, richiamando un migliaio di spettatori grazie all’aiuto di Craig Robinson, allenatore della squadra di basket della Hrown University e cognato di Barack Obama.
    La squadra vincitrice, The Railroad team, messa in piedi da una taverna locale, si è vista regalare un pallone da basket autografato da Obama, che è giunto a sorpresa nella palestra del liceo di Manchester di ritorno da un incontro con gli elettori nella vicina Keene.

    Il senatore deil’Illinois, che giocava nel ruolo di guardia durante gli anni del liceo alle Hawaii ed è tifoso dei Chicago Bulls, è entrato in campo mettendo a segno un canestro da tre punti. “Non mi hanno ancora messo in panchina” ha detto salutando gli spettatori prima di lasciare il torneo.

    Almeno tre volte al mese Barack Obama visita le cittadine del New Hampshire e ogni volta che succede è una grande emozione anche per noi volontari: le stesse posizioni che ti lasciano dubbioso quando le leggi sulla carta risultano convincenti quando lui parla. Noi siamo direttamente coinvolti nell’organizzazione dell’evento, che prepariamo dieci giorni in anticipo relefonando ogni volta a tappeto per avvisare i nostri contatti. «Harack Obama è in città» è quello che la gente vuol sentirsi dire. Per questo, che l’evento si svolga nella più importante Manchester o in paesini come Laconia, è sempre un bagno di folla.
    I tour di tre, quattro giorni sono i più faticosi. Ci spostiamo con Obarna anticipando il suo arrivo nei paesi senza un nostro ufficio locale e dormendo con i sacchi a pelo nelle sedi più vicine in modo di alzarci all’alba per preparare l’evento, Verso le 11 e mezzo del mattino, quando il pubblico si è seduto a semicerchio intorno al palco, la canzone Think di Aretha Franklin (quella il cui ritornello suona «Freedom freedom») scalda la folla, 500-600 persone circa a ogni tappa. Barack Obama percorre un lungo corridoio di rransenne che abbiamo preparato per permettere alle persone di stringergli la mano e fermarlo per qualche secondo. Quando risponde alle domande dei convenuti Obama ama ripetere una frase. «Sono stato in Senato abbastanza per conoscete la politica di Washington ma non troppo a lungo per rimanerci invischiato, insieme possiamo cambiare».

    E almeno noi volontari ci crediamo veramente.





    Barack Obama.

    Sapete quanto non ami fare politica di questi ultimi tempi, quanto schivi il più possibile argomenti concreti e reali e allo stesso tempo fasulli e idioti.

    Ma Barack un posto a Nikkiolandia lo merita.